ANTONIO BUX, LA DIGA OMBRA 

poeti nottetempo

di Francesca Sallusti

 

Le cose della natura e le fisionomie arcane si amalgamano, a volte, come un incesto, rinvigorendo, col loro respiro imperiale, e subordinando, le creature umane, riducendole cosi a fiati inventati o rigenerati; battono i loro sospiri (dell’arcano e della natura) dentro di noi a darci forma o lieve ricordo; loro, che non sono forma ma retaggi del tempo.

La creatura umana si dilata e può apparire solo attraverso la loro sostanza; è intravedibile il tentativo di far tornare la natura, con i suoi tuoni e i suoi fulmini, al loro posto originario, di ridare alle manifestazioni naturali e al loro teatro una simbologia che può spaventare o rassicurare; nella poesia di Bux si interpella di nuovo la natura e si chiede ristoro o punizione; la creatura umana si dispiega in essa e chiede una risposta, una direzione, una identità, una carezza per disperdersi e chiudere il pensiero per sempre. Siamo un ritaglio dei loro occhi perché questi incidono la loro “veduta” sopra ai nostri sensi.

I verbi usati sono verbi biblici; parole ieratiche di eventuali gesti da concepire o programmare; un verbo che disegna un testamento senza imporlo, un testamento incorruttibile e dunque non richiesto, abominevole. Il poeta prende in prestito la nenia dell’assoluto che attraverso la sua voce risuona; come un’acqua santa comprime il pensiero per poi liberarlo e disarticolarlo, rendendolo benedetto.

Dentro il lavoro di Bux c’è un’iniziazione, un lungo rito di iniziazione che probabilmente non arriverà a destinazione, rimanendo così esperimento, preghiera, cammino che camminando si sfalda, diventa spirito, lontano da qualsiasi “produzione” umana. Nella sua scrittura, la parola porta un suggello, friabile come un’anima nella carne; è una scrittura friabile che permette alla carne di osservare l’anima; è una mano di carne che tocca gli organi dell’anima come una ruspa, diradandola.

La poesia di Bux è un’esplorazione del nostro interno attraverso l’evocazione dei ‘fulmini’ e dei ‘lampi’. Anche i sentimenti dell’uomo perdono la loro architettura consueta e sembrano non più supportati dall’intento umano di ridicolarizzarli e omologarli; in questa poesia il dolore non è più omologato e ritrova il suo nome; non è più un dolore sociale ma un dolore umano.

Di nuovo, le creature umane, si affidano agli angeli e al cielo nella speranza di trovare una forma o una parvenza. La “diga ombra” è un raffinato e delizioso testo religioso, in cui le deità sono appunto gli elementi arcani e la natura nella loro forma più assoluta, senza nomi o congetture, senza scivolare in un corpo, senza somiglianze umane; non viene generato un olimpo, i valori non si plasmano in profeti o eroi, non c’è monoteismo e non c’è politeismo. Questi testi sono un libello di inni, uno sposalizio emerso da una promessa contagiosa, un Cantico dei cantici tra la voce del poeta e le contingenze.

 

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