La lingua terrena, penetrata da gerghi dolci e vagabondi come germi o batteri, rendono tanto forte e vitale il fiato di Pavese, intriso di pensieri strutturati e vigorosi, leali. Lo splendore riposto nella sua parola ‘dimessa’ e acuta è vorace, è una fratellanza nella solitudine, è uno sposalizio nella perplessità dei sentimenti, è un ornamento necessario e non agghindato nella totale dimensione poetica che acquista sacralità perché tutto prende.
La dimensione che ci inoltra è un’umanità coordinata e robusta che senza dubbio prende posto nel suo cantuccio freddo e oscurato dalla freddura della vita e del suo tempo che assolutamente non dimostra scientificamente ciò che fa. Pavese scrive come si respira, come il respiro è armonioso in un meccanismo vitale; si genera sopra a intendimenti destinati a episodi mastodontici attraverso un respiro franco e sano; come un giovane smaltisce le sostanze del giorno sulla collina affumicata dalla linea nera a ’notte.
E’ un uomo, Pavese, che si riflette nella malleabilità dell’esistenza e dei suoi risultati e che fa dunque della parola una sostanza libera e audace e degli avvenimenti che, dentro la parola si rifugiano, una ninna nanna eterna o un’espressione per sempre immatura; è un’espressione, la sua parola, dichiarata e protetta dal focolare materno e paterno, è uno slancio pericoloso e arginato dall’amore. Quasi che tra poesia e narrativa non ci sia una tale distanza, tale è la sua consapevolezza della comunicazione.
Nel romanzo “La bella estate” il ritmo si converge in una sintesi poetica, proprio per la sua capacità o volontà o ‘noncuranza’ verso la bella forma, di dare tono e speranza e conformazione a una lingua libera, sperimentale, come lo può essere un relitto da maneggiare e scrostare; (come se la sua lingua si rifugiasse tra la ruggine) e estrapolata e inafferrabile che il pensiero richiede. Tutto si allinea nell’origine e sull’origine e dunque, nella natura e nelle sue pianure, colline, nei suoi campi e nelle sue fonti, nella giovinezza come esperienza virile della natura e nel ricordo, sentito come primo meccanismo del pensiero; sorge, tutto ha inizio anche se si elabora nella nostra vecchiezza o durante un qualsiasi corso della vita già matura e lontana dall’origine; ma la sua scrittura si colloca nell’origine e l’elemento onirico dei vuoti, del silenzio, della luce la rende intima e calda. Anche i “villani” rendono percepibile se non possibile questo disegno. Quasi una manovra biblica cucita da una parola dimessa e nutriente.
Le donne campeggiano come una dinamica nella dinamica, come enti estrapolati dalla propria identità; appaiono necessarie e tanto belle o forse autoritarie ma incastonate come elementi superflui, come un horror vacui; quasi a denunciarle. La grazia che sudano è una colpa o un suggello. C’è Torino, la città beccata dalle pianure, dalle colline e dai fiumi; la città braccata dalla natura di Pavese e da dove, camminando un po’, si riesce a ‘uscirsene’ fuori e starsene un po’ più vicino alle stelle attraverso una collina e rivedere Torino che si è appena lasciata alle spalle. Ci vanno le donne, ci vanno le ragazze e ci vanno Ginia e Amelia a deporre le loro sporcizie, a rinfrescare i ragionamenti, come se questi fossero piazze squartate al cielo.
Torino è un cuore dilaniato, un caro pensiero sfilacciato nella luce tenue di una città; somiglia a una apparizione sperata e mai configurata o pare una traccia geografica che s’irradia a noi; a dove siamo, ed è esattamente o, pare volerlo essere, il confine tra esasperazione e liberazione. È l’unica e giustificata entità alle pendici del cielo e l’ultima ragionevolezza che porta alla freschezza delle stelle.
Spesso la natura di Pavese è una natura che dialoga, è una natura ‘umana’, fatta dall’uomo, impastata dall’uomo, che emerge dalle sue creature, come se fossero queste creature a innalzarla o porgerla in una natura, tanto è sporcata dai sentimenti dei suoi figli che, la riducono a una proporzione monca del loro fluire o del loro fluido; tutto smette di essere natura per ricrearsi in una nuova natura che non ha quel nome per poi, senza un tempo che, può essere piccolo o maturo, ritornare natura generatrice a cui i propri figli disperati e affamati attingono.
“La compagna non vede la nuda collina assopita nell’umidità”, la natura che ci presenta è qui di nuovo generatrice, è un tempio in cui limare i propri fianchi, è un tempio sempre vicino in cui buttare i propri occhi come un ritorno di un fedele dopo un viaggio, come un seme nel suo posto sta, come l’unica condizione conosciuta e riconosciuta dove il lecito acquista un valore fondamentale e incorruttibile; il lecito di saperci vivi in questa dimensione, giusta o sbagliata che sia, senza domande e, raccolta in un sonno perpetuo e invincibile. Il suo cosmo trattiene in sé un canto illogico, dormiente nella trama umana.
Non perdere i nostri aggiornamenti
Elaboreremo i dati personali forniti in conformità con la nostra politica sulla privacy.
Articoli Recenti
Da Vienna a Roma, Le meraviglie degli Asburgo
Da Vienna a Roma. Le Meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum Palazzo Cipolla di Francesca Sallusti “Giove e Mercurio”, opera fiamminga
Fantastica, 18a Quadriennale d’arte. Palazzo delle Esposizioni di Roma
Fantastica. 18a Quadriennale d’arte Palazzo delle Esposizioni di Roma di Francesca Sallusti Ho scelto di prendere in considerazione, tra le tante opere,
IMPRESSIONISMO e oltre, ARA PACIS
IMPRESSIONISMO e oltre. Capolavori dal Detroit Institute of Arts Degas – Matisse – Picasso – Renoir – Van Gogh di Francesca Sallusti




Scrivi un commento