CHRISTIAN SINICCO, ALTER

Vydia Editore, Montecassiano (MC) 2019

di Stelvio Di Spigno

La realtà degenera. In mille modi, per mille vie, sembra quasi compiaciuta della propria decomposizione. Del resto anche i contemporanei di Noè si sposavano, avevano figli, vivevano e lucravano schernendo questo vecchio folle che costruì una nave sulla terraferma, continuando con i loro ritmi e riti che sanno di insania e follia. Ora, di fronte ad una civiltà completamente disciolta nel suo stesso battito vitale, la poesia ha due modalità di proporsi. Trascendere o calarsi al suo interno. Sinicco sceglie (o è forse lui ad essere scelto?) l’immersione nel mondo postatomico, deflagrato, arso fin nel suo torsolo. Eppure… Eppure. È nel particolare che si annida la novità e la carica di originalità di Alter. Ad alcuni è sembrato un libro sperimentale, e in un certo senso lo è. È sembrato un libro fantascientifico, e confesso anch’io, a una prima lettura ci sono cascato. Ma qual è il filo rosso che lega tutte queste apparizioni fàtiche? Un pigro materialismo senza sbocchi? Una descrizione della fine del mondo senza speranza? No. Ciò che fa di questo libro un’opera unica è il suo slancio peregrino e coraggioso verso il cielo, verso la rarefazione delle lacerazioni che pure riporta con chirurgica esattezza. L’io descrive il male ma non fa mistero che basterebbe un nulla per tramutarsi in bene: “più diventiamo / una distesa di azzurro, / più segni di luce / calcolano il bianco”. Ma non voglio estrapolare significati reconditi a partire da una manciata di versi. Sinicco scrive di un caos dal quale si può uscire, di un sovvertimento epocale nel quale è possibile intravedere spiragli di bellezza, avverte tutto il creaturale come cosa propria e lo slancia verso orizzonti luminosi, attraversa la terra desertificata dello sperimentalismo per portare una goccia d’acqua, di senso, di salvezza, se mi passate questa parola: “sono / aurora gialla e senso, macchine del più, / macchine che vogliono il più, / che somigliano a farfalle”. Sono macchine di morte, hanno imparato solo il mantra del consumismo (più, più, più) eppure sono leggere e volano come farfalle. La assoluta dialettica di questo libro sta proprio in questo modo di poetare assolutamente sanguigno e materico, che svela verso dopo verso la vera progressione di questo lavoro in versi: la richiesta spasmodica, indicibile, tormentosa e straziante verso una possibile unità, proprio nel senso dantesco, che anela, pur nel crepitare di una lingua nuova, ad un solo Impero, a un ordine numerologico cogente, alla durissima disamina delle cose tutte sotto l’egida della condanna della loro corrotta molteplicità. Questo è il mistero di Dante e della sua Commedia: un uomo che bramava in modo viscerale la ricomposizione della molteplicità in unità, che scrive in una lingua dove si può ritrovare, praticamente, di tutto, e che ancora oggi ci sorprende per le sue ingegnose concrezioni verbali. Sinicco fa qualcosa di simile: ci porta nel mezzo di un inferno fatto di materia e protoni, ma ci fa pregustare la conquista dell’unità perduta dalle civiltà umane, dalla loro presenza informale che tenta, ad ogni giro di verso, di innalzarsi verso il cielo, la salvezza, la spontaneità di ciò che rimane unico, l’amore. Ed è proprio l’amore a tenere insieme questa rassegna di parti che mancano della loro metà per essere complete – restando in quel caos che l‘autore ci descrive con tanta ispirazione: “ciò che entra è smisurato”. Il preteso sperimentalismo di Alter viene dalla meraviglia, dall’enorme stupore per quanto è immenso il gioco delle relazioni del mondo nel quale l’uomo si trova a vivere. Rileggiamo, per favore, questo lavoro gioioso e impegnativo, alla luce di questa chiave interpretativa così trasalente: ci troveremo forse di fronte a un’opera di cui è quasi impossibile trovare un precedente nella letteratura italiana: uno sperimentalismo creaturale e cristiano, la cui originalità sta tutta nella cifra e nell’eloquenza del nostro autore e nel suo amore verso la vita, anche nelle sue forme più mostruose.

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