LA PIÙ BELLA ATTRICE DELLA STORIA DEL CINEMA

di Luca Bottari

Gene venne al mondo sotto una stella fortunata coccolata da una famiglia benestante di New York. Forse avrebbe potuto avere un destino diverso se fosse rimasta sotto quella stella ma il fascino della recitazione la rapì da giovane per un viaggio di solo andata. Un volto unico, la classe e l’eleganza erano il timbro di fabbrica dei suoi lineamenti così perfetti da risultare, specie nel movimento della bocca quasi impercettibile, lievemente asimmetrici. Era una bellezza disorientante e lontana dagli stereotipi della diva americana.

Esotica, misteriosa, Gene Tierney è tutt’oggi per gli appassionati di cinema la diva fantasma del cinema. La sua presenza magnetica sul grande schermo ha un qualcosa di misterioso, un mondo inafferrabile, uno shock visivo. Il timore dei registi era che la sua presenza potesse oscurare il palinsesto narrativo. Gene era il volto che riusciva a trapassare la frontiera tra sogno e realtà. Darryl F. Zarnuck la notò per il suo fascino ultraterreno a teatro in The Male Animal (1940).

Arriva subito un contratto con la 20th Century con il film «Il vendicatore di Jess il bandito» (1940) di Fritz Lang. Gene non ama la sua voce da topolino ed inizia a fumare per arrivare ad un timbro vocale robusto e roco. Quella piccola asimmetria nel volto che è perfezione e la perfezione a volte è inaccettabile, è follia, le permette di ricoprire il ruolo di isterica o di sociopatica come accade in Leave her to heaven (1945; Femmina folle) di John M.  Stahl. Nel film Gene è una dark lady che fa apparire il technicolor come una sorta di incubo verticale dove spadroneggia senza freni con una interpretazione in cui tocca tutte le sfumature, dal perfetto equilibrio alla follia che va oltre la bellezza. Il taglio a mandorla degli occhi le permette di interpretare spesso ‘l’orientale o la mezzosangue e l’indigena alle prese con i costumi della civiltà come in Son of fury (1942; Il figlio della furia) di John Cromwell. Il suo sguardo, potente calamita metafisica, le consente di essere versatile e credibile quando è una indomita borghese in The Shanghai Gesture (1941; I misteri di Shanghai) di Joseph von Sternberg, così come quando interpreta una pacata maestrina in China girl (1942; Ragazza cinese) di Henry Hathaway.

Gli spettatori vedono in Gene l’irraggiungibile donna dei sogni ed al contempo la moglie per una vita insieme. La porta per la gloria eterna ad Hollywood si apre con “Vertigine”, diretto nel ’44 dall’austriaco Otto Preminger, un monumento del cinema noir. Gene è Laura Hunt, fascinosa pubblicitaria assassinata con un colpo di pistola al viso nel suo appartamento di Manhattan. L’impalcatura perfetta del film tra flashback e colpi di scena coinvolge lo spettatore nella condivisione di un’atmosfera di crudeltà mista ad umorismo. Il personaggio di Laura diventa un mito per addetti ai lavori e per appassionati della settima arte. Il motivo musicale di David Raksin (“Laura”) diventa un cult per i compositori cinematografici e David Lynch, quando deve scegliere il nome della protagonista di “I segreti di Twin Peaks”, non ci pensa due volte e la chiama Laura. Otto Preminger dissemina con arguzia le continue oscillazioni del personaggio tra assenza e presenza. Laura a metà film è viva ed all’oscuro di tutto. L’assassino ha commesso un errore uccidendo Diane al posto di Laura, o è proprio quest’ultima ad aver organizzato la morte della rivale? I personaggi maschili del film hanno un’ossessione morbosa con accenni di necrofilia per una donna fantasma la cui presenza viene evocata dall’immagine di un ritratto. Laura e Gene Tierney hanno qualcosa in comune, gli uomini che gli sono accanto hanno la possibilità di redenzione a portata di mano ma falliscono, come se non fossero degni del suo amore. Laura è la donna che vive due volte, prima come ritratto e memoria, poi come icona di fascino.

 La carriera della diva è positivamente segnata dall’identificazione con il lavoro di regia degli autori europei, più sensibili nel dare alla fisicità di Gene valenze e significati non scontati. La patente di attrice poliedrica arriva grazie alla sapiente regia del cineasta mitteleuropeo Ernst Lubitsch, con la commedia “Il Cielo può attendere “. È il primo incontro tra Gene Tierney e i suoi fantasmi, il marito dongiovanni e presunto traditore seriale non può entrare in paradiso mentre lei, moglie comprensiva, svelando così le sue doti comiche, mette in risalto la sua parte sensibile e materna che è di fatto in perenne contraddizione con il suo lato dark.

Altra interpretazione degna di nota è la commedia surreale fantastica “The ghost and Mrs. Muir” (1947; Il fantasma e la signora Muir), di Mankiewicz, dove Gene è una giovane vedova che si innamora del fantasma di un altero capitano (Rex Harrison). La sua carriera la vede sull’olimpo di Hollywood solo per dieci anni. In questo limitato arco temporale inventa un personaggio unico pieno di modernità, sospeso tra la profondità del suo sguardo e la volatilità filiforme del suo corpo. Diventa il feticcio perfetto sul quale proiettare le ansie, le paure e le ossessioni dell’uomo americano, sul cui riflesso c’è già lo spettro di un desiderio impossibile, una vertigine che dura il tempo di un film e poco più. Una passione che brucia così velocemente che i registi la fanno entrare in scena quando il film è già nel suo vivo per evitare che la sua presenza faccia debordare la struttura narrativa. La sua recitazione abbatte la rigidità dell’epoca per trasformarla in un miraggio esotico perfetto per il genere noir.

Gene è la femme fatale atipica ma non per questo meno letale, un incrocio tra il desiderio di libertà e la fine del superfluo. Gene recita con partner eccezionali come Tyrone Power, Henry Fonda, Rex Harrison, Clark Gable o Humphrey Bogart, ma il successo che meriterebbe è un percorso ad ostacoli che il destino della sua esistenza non gli permette di percorrere. La sua vita è segnata da amori sfortunati e da una instabilità emotiva e caratteriale che dalla metà degli anni Cinquanta la costringe a diversi ricoveri in cliniche per malattie mentali. Sposa lo stilista Oleg Cassini e corona il sogno della maternità con le due figlie Daria e Cristina. Il film della maternità diventa presto un dramma. Per via della rosolia che tormenta la gravidanza di Daria, Gene dà alla luce una bambina in parte sorda, cieca e con grave ritardo mentale. L’attrice è costretta per il resto della vita a cure di psicanalisti e psichiatri. Arriva il divorzio nel 1952, Daria è ricoverata in un istituto per ragazzi affetti da disturbi mentali, la depressione costringe Gene ad un ritiro forzato dalle scene alternato alla partecipazione a film non memorabili.

L’attrice cerca il cinema nella vita tra le braccia del principe Alì Khan, appena divorziato da Rita Hayworth, ma la loro storia d’amore è un saliscendi tormentato che finisce con la fuga del principe dopo che quest’ultimo le aveva promesso l’altare. I rotocalchi la tormentano per non essere stata in grado di sostituire Rita Hayworth, la sua vita privata comincia ad assomigliare alle trame dei film che interpreta. Non arriverà mai ad essere l’ereditiera Ellen Berent Harland di Femmina Folle, bellissima e perfida, divorata dalla gelosia e capace di qualsiasi crimine, perché è più vittima che carnefice. La difficoltà di memorizzare i copioni si fa più acuta e ne è prova la difficilissima lavorazione di “La Mano sinistra di Dio”, al fianco di Humphrey Bogart. Sul set ha il crollo definitivo e di lì in avanti gli ospedali psichiatrici saranno i suoi palcoscenici. Otto Preminger non si scorda delle capacità attoriali di Gene e cerca di salvarla coinvolgendola nel progetto del film “Tempesta su Washington”. Seguono altre partecipazioni cameo in produzioni per il piccolo ed il grande schermo ma sono solo il preludio al suo precoce addio alle scene. Credeva nell’amore e per questo ebbe molte storie poco felici ma piene di sogni. Non riuscirono a resistere alla sua bellezza gli attori Spencer Tracy, Henry Fonda, Tyrone Power, i registi Joseph L. Mankiewicz e Otto Preminger, il produttore Howard Hughes, il diplomatico Porfirio Rubirosa, e perfino il presidente John F. Kennedy. Il cinema l‘ha consacrata la diva più bella di sempre ma riguardando i suoi film non si può non notare un particolare importante che probabilmente l‘ha accompagnata per tutta l’esistenza. Le mancava il sorriso.

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