STELVIO DI SPIGNO, MINIMO UMANO

MARCOS Y MARCOS

di Francesca Sallusti

I “PRELUDI” di “Minimo umano” si presentano come preludi propriamente musicali, dove il suono è presente in tutti e tre i testi come una variante dello stesso suono; un suono che appunto prende “vicenda con l’umano” e con il suo nulla attraverso una voce infinita; quella voce che parla dell’impotenza umana con un canto purissimo e liberato e tuttavia corrotto. Attraverso questi preludi, che annunciano la sofferenza umana, Di spigno ci accompagna all’inizio del viaggio ‘umano’.

Con il primo preludio dedicato ad Alfred Schnittke, l’inganno umano e il suo ridicolo, si defilano, lasciando fiato e vigore alla schietezza e forza umana, quella forza forte, quella forza dell’uomo nel ‘bel momento’ lasciando traccia delle sue potenzialità. Questi preludi annunciano dunque lo scempio umano e una sua possibile salvezza per poi, continuare il cammino nella prima palude con “Variante lombarda”, dove il pensiero ci mostra la sua faccia storpia e storpiata dalla memoria del lago e per poi continuare a morire in “Griselda” che nutre, come una cattiva madre, il disamore e, compone i pezzi di quell’incompiutezza dell’amore tanto cara e rassicurante per la questione umana e la sua creatura che ha perso il suo pensiero.

Con i “VERSI MORALI”, pare quasi di entrare nelle celle della mente; private e chiuse; celle morali, dove è evidente soltanto la confessione con se stessi, genuflessi sopra le proprie crudezze, accarezzando i propri moti come un imperatore accarezza le proprie apoteosi; senza vergogna, senza educazione, senza autocritica. Il vanto umano nel riconoscersi esasperati e “senza carnagione” è dilagante; è come portare la propria faccia sfigurata da un trionfo che porterà sciagura. Attraverso i versi morali, con appunto la presentazione del cuore(in prima persona) si fa un pellegrinaggio verso una destinazione di memoria e coscienza, di consapevolezza nitida che certamente non verrà ascoltata; si affonda in un torpore tenero di se stessi senza tuttavia avere un’idea, se non vaga, della propria consistenza mentale ma soltanto un antico approccio della propria sostanza spirituale, e cosi quando dice” L’allodola piegata dal suo stesso canto trasforma la sua assenza in crudeltà”. Con “Fragmenta”, la quarta poesia di Versi morali, addirittura’ la solitudine’ potrebbe diventare o essere un ristoro; la cerca, la vuole riconoscere e conoscere per contemplarla e rinnovarla in se stesso, per adorarla, per girarla tra le sue dita come una ricchezza, come una scusa, senza alcun pentimento o clemenza per la sanità.

In tutta questa lussuria, provocata dall’idea della morte, ancora si può andare al “bar dove si fuma con i propri defunti accanto” e ancora si può cercare una felicità che in realtà non si vuole e che si maneggia come fosse una decorazione inutile e fuori luogo e neanche troppo bella; fuori tempo, fuori vita, perché la vita per Di Spigno è cosa irreale e dunque illecita, intoccabile e fatta di sogni e sepolture, di sogni da mirare e ammirare. Nei versi che verranno si comprende e si sente spietatamente questa impossibilità della vita e il rancore per la vita per nulla agognata” me ne andrò da questo stallo di pietra dura, un giorno d’inverno castissimo, con le foglie squamate, sopravento e ghiacciate, lascerò il programma del mondo, il ricavo quotidiano”

Nonostante la comunicazione con la morte piuttosto che con la vita, nonostante la vita rarefatta dalla morte, nel suo verso emerge una sveltezza, un suono snello e conciso a volte, che ricorda ‘una giovane meraviglia per il paesino estivo dove si torna l’inverno e, dove la giovinezza si riappropria della giovinezza’.

In” ELEGIE FINALI” sostano gli ultimi fiati provvisori prima di scomparire per sempre e in”TERRA E CIELO” è la memoria della morte quando era in vita. Con l’incipit di” Sprezzature” abbiamo un epigramma alla morte o della morte, abbiamo la stessa voce della morte, soave e popolare, che afferma” Non rispondo a nessuna domanda”

Una preparazione alla morte, un corteggiamento assiduo di una cosa amata e immaginata, amata perché non c’è speranza di opporsi e, immaginata perché desiderata e adulata per renderla meno feroce, si sviluppa in “LA VITA FACILE”

Di Spigno chiude la sua flessione intellettuale e dà una degna sepoltura alla sua ricerca attraverso i “CONGEDI” e attraverso Elena ed Emilia, due care e liberate figure.

Non perdere i nostri aggiornamenti

    Elaboreremo i dati personali forniti in conformità con la nostra politica sulla privacy.

    Articoli Recenti