I dettagli protesi
“La preghiera”, un’opera del 1907, ci accoglie isolatamente dal resto della mostra e simile a un oracolo.
La scultura nella sua interezza si presenta come un insieme di piani geometrici; in tutta la narrazione del corpo i piani sono indipendenti e pregni di una loro identità senza uno sviluppo armonioso delle parti, come una sorta di enjambement plastico: pezzi di bronzo innestati insieme, muti, spogliati del loro vigore: siamo di fronte a una opera antiaccademica che trae la sua fisionomia da un’autonomia materica e plastica, di una materia liscia e scorrevole e di una plasticità bidimensionalmente vitale se non inesistente ma compatta ed energica.
Nel dorso si apre una fessura evidente come un ruscello in piena, fragrante e mosso, nelle gambe e nelle cosce le fattezze sintetiche dei proiettili, la capigliatura lignea, come un omaggio a Pompei, il pube proteso e netto, fecondo e il particolare della mano concepito schiettamente e antagonista dal resto dell’organismo. Lateralmente tutta l’opera pare insinuarsi in un altro organismo, più slanciata e sensuale, generando un sublime contrasto.
Ne “La signorina Pogany”, opera in bronzo del 1950 emerge ‘il moderno della modernità’, non più soltanto un’opera sperimentale e speculativa che si muove all’interno della sintesi, caratteristica che unisce tutte le avanguardie ma, si registra un ulteriore passo in avanti dove, il nuovo porta l’effige di un futuro immaginato, simile a un volto umano ma estraneo. La linea del collo dolce e profonda, pellegrinaggio verso il volto.
Il particolare come appendice, estensione, si ripete anche in questa opera, come contrasto, ed è prodotto dal dettaglio della capigliatura, volumetricamente decorata, più innovativa dell’opera nella sua interezza: di raffinata fattura nel giro in cui si crea, porta un nome, una civiltà, una rassicurazione degna di una documentazione dell’ingegno umano e delle sue possibilità, emotive prima di tutto, cosa che l’arte deve fare, creando un linguaggio universale e una commozione seppur astrusa.
I dettagli protesi lasciano un marchio sulle opere di Brancusi, propaggini solide ed espressive che pur staccandosi dall’opera e acquistando dunque una propria individualità danno, al contempo, una fisionomia marcata e un carattere perspicace a tutta l’opera: quell’elemento che la rende sacra, si perché, sono dettagli che hanno una vita e che se anche staccati dall’organico dell’opera e rappresentati da soli portano un significato e una struttura definita, pregni di ardore e di tensione.
“Testa di ragazzo” del 1906, è completamente generata sull’effetto pittorico che produce movimento e vitalità all’opera mettendo in luce il dramma interiore; quello da cui è mosso, i suoi turbamenti sono segnati come timbri di luce e di ombra che si fanno onde e rughe, su tutto il suo essere esteriore, come una carovana.
Lo sguardo, tema centrale dell’opera, è titubante, quasi chiuso ma in lontananza pare voler cogliere qualcosa che sta sfuggendo. Il cranio ben esposto in contrasto con il collo e il busto.
Questa opera è ancora giovane e ancora lontana da quei piani di sintesi futuri che saranno pregni di nitore e di semplificazione formale per arrivare addirittura, oserei dire, a essere “scultura filosofica”, ma seppur embrionale rispetto alle sue opere future porta ancora la libertà di lasciare intendere senza definire niente; è un’opera di confine deliziosamente plasmata: il pittorico come possibilità dell’anima e del suo squilibrio.
La “Danaide” del 1908/09 in pietra di Vratza, sta al mondo come una “creatura celeste sta nel cielo”, arcana ed “espressiva”, spirituale ma tenace.
I tratti del volto, un grumo di pietra benedetta, somigliano al pensiero di una creazione, un archetipo di creatura che ancora si dovrà definire e, che porterà, nei tratti formosi, uno dei più belli esempi di bellezza.
Negli occhi, convesso uno, concavo l’altro si erge il primo fiato, intormentito il primo e delizioso nel propagarsi l’altro e nelle labbra l’idea di un bacio morboso e dimenticato, la fronte come un giaciglio prospero.
Anche in questa opera ricorre il brano del dettaglio proteso che, come una collina spezzata frontalmente si erge tutta nella parte posteriore, portandone tutto il peso che si sviluppa in un audace volume e che si stacca dal resto della capigliatura, divenendo addirittura autonoma, creando un’opera a sé.
In tutti questi dettagli, che somigliano a delle congetture, c’è una somiglianza di intenti con le basi che Brancusi faceva per le sue opere, come un amore e una cura per, appunto, i dettagli, che sono parte integrante dell’opera. Credo dunque ci sia una connessione tra le basi e le capigliature, così esposte e “volute”.
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