Fantastica. 18a Quadriennale d’arte

Palazzo delle Esposizioni di Roma

di Francesca Sallusti

18ª Quadriennale d'arte

Ho scelto di prendere in considerazione, tra le tante opere, quelle di Sassolino e di Bertolo unicamente perché mi hanno avvinto. Non si tratta della qualità, della fattura anche se, certamente contribuiscono, ma dell’assalto che hanno provocato dentro di me seppur in maniera diversa.

Sassolino, ha mosso un incanto: questa creatura irraggiungibile seppur traducibile e portatrice di una dolcezza sconfinata e Compianto di Bertolo, così vicina (a me) per gli strumenti che mette in scena, precari e intelligenti, colti e creativi, dinamici.

Si parla di arte e dunque di compenetrare l’esperienza, sia esistenziale sia intellettuale, di cui la prima senza la seconda porterebbe a un prodotto debole, e dell’ardore e del coraggio di concepirla, senza filtri, così scomodi al parto di un’opera d’arte.

Quando torni a casa con un ricordo che è già divenuto memoria vuol dire che l’arte ha compiuto il suo dovere.

 

ARCANGELO SASSOLINO, Hunger

Se è vero che l’artefatto è natura, allora questa opera respira e il suo respiro è dolorante, porta la pedanteria che produce la sofferenza.

Prende posto dove chiunque la collochi, silenziosamente nonostante la sua vigoria, attendendo come un prigioniero e, scardina le sue possibilità di scelta divenendo qualcos’altro da cui era destinata in origine e divenendo dunque fallace, attivandosi come un fardello. E’ un’opera che diviene umana, sollecitata dall’artificio, dall’ingegno che sussurra intorno a lei, la spia e respira attraverso il suo disagio, divenendo così un congegno che porta le ambizioni umane.

Guardare la strage, la tragedia, è una aspettativa umana e Hunger si è generata attraverso questa esigenza: non gli resta che recitare ogni giorno il suo dilemma; questa è la sua sostanza nata da questa condizione interiore: acciaio divenuto organismo.

Scultura, installazione, la sua identità dunque è provvisoria, transita tra l’essere umana e l’essere un idioma, un artificio, una grammatica; un sacrificio artificiale. 

Il primo sentimento che è arrivato contemplando questa opera in tutto il suo vigore è stata una possibilità di dolcezza infinita; zelante e imperturbabile, si prepara alla sua vicenda che non ha scelto, in quanto tramutata in opera d’arte, recitando impeccabilmente.

La sua potenza è comunque grandiosa e riemerge con impeto, non cessa: gli artigli si attivano come arti gloriosi per poi ancorarsi sul terreno con quel fracasso nitido e gagliardo e che che ricorda la fine e la vincita di una lotta, lasciando il “vuoto” di un trionfo.

LUCA BERTOLO, Compianto

Nel paesaggio della contemporaneità, l’opera di Bertolo è sostanziale.

Un’opera come un documento; si presenta così “Compianto”, nitida ed efficace e tuttavia strutturata da una fisionomia ammaliante, dai lineamenti arcani e tangibili insieme. 

E’ un’opera vigorosa nella simulazione di un impianto formale armonico, memore di tanta produzione sacra quattro e cinquecentesco, seppur stilizzato e concepito bidimensionalmente e fragile nella sua provvisorietà generata da materiali vulnerabili; una vicenda perigliosa dunque che paradossalmente sfocia in un dialogo equilibrato e maturo, immediato e attivo, funzionale ed espressivo, anche nel richiamo al cielo pregno di aerei e che qui è nero al posto delle stelle che campeggiano sul cobalto nei mausolei paleocristiani. 

Il Cristo e la figura ai suoi piedi (quella alla destra),  rivisita e rielabora il patrimonio tre e quattrocentesco, e specificatamente il “Compianto” di Niccolò dell’Arca, 1463-1490; il primo, nel tratto snello e legnoso del viso e nell’impostazione del corpo in cui, Bertolo dà una rilettura sintetica delle braccia, impostate in un ritaglio netto e ingenuo eppure spirituale e, il secondo nell’esposta e corpulenta drammaticità che si genera in particolare nel pathos delle braccia. Tutto è tracciato da uno studio di sintesi e di riduzione formale. La trattazione legnosa della capigliatura del Cristo, ricorda le opere scultoree del gotico, che qui si rinnova col dettaglio della “fuga” che sembra essere generata e mossa (da divenire quasi fulgida) dallo slancio della figura ai suoi piedi, creando anche un colloquio sofisticato di equilibri compositivi.

Le altre figure, di fattura sintetica, si organizzano intorno al dramma rappresentato da Cristo che rappresenta la guerra, l’ostilità, l’odio e la vanità se non la pochezza dell’umanità; dunque in tutta l’opera è persistente il prestito alle tradizioni in modo disinvolto ed elegante, una rilettura contemporanea che attinge alla spiritualità antica e ne propone una nuova.

La qualità dell’opera sta nell’aver reinventato intelligentemente e con vigore un’opera antica di grande pregio e innovativa per l’epoca se non coraggiosa dove echeggiano memorie dell’Ercoli e del gotico.

Attingere alle opere del passato è un omaggio e dunque una consapevolezza, una cura, un amore per le opere antiche e un inno alle vicende bellissime delle civiltà e, cambiarne la fisionomia, è una operazione raffinata che se vincente, come in questo caso, crea una ulteriore opera d’arte e dunque nuova, speculativa e portatrice di due grazie; la grazia della memoria e la grazia del presente in cui si rigenera.

Nel paesaggio della contemporaneità, l’opera di Bertolo è sostanziale dunque, rimanendo intonsa in quanto opera d’arte “decifrabile” e compiuta nel suo interno, al di là di quale strategia estetica intenda applicare.

I modi contemporanei, spesso costretti a rintracciarsi nella provvisorietà, nell’esplorazione di procedure che divengono esse stesse “prodotto finale” e manifestazione artistica, si riproducono nell’azione senza mai nascere; operazione affascinante e necessaria ormai e che ha generato opere efficacissime ma in questo scenario l’approccio di Bertolo non coincide con queste possibilità ma scegliendo un pellegrinaggio più solido e coraggioso dove, la provvisorietà, in questo caso si parla di provvisorietà legata alla sperimentazione, è assente: si riproduce ogni volta col suo tratto, come se le sue linee si componessero di una fratellanza, portando una cifra unica e autorevole, incorruttibile, che parla di un’unica esperienza fondata su un elemento che somiglia a un trauma sempre costante, come nella maggior parte dei volti, facendo emergere segmenti, linee che portiamo nascoste dentro e che si annidano sui lineamenti, estendendoli; come parti vitali che hanno urgenza di esporsi.

   

 

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