HENRY MILLER, SEXUS

di Francesca Sallusti

Henry Miller

L’amore.

Le ambizioni che potevo aver avuto un tempo si erano dileguate; non esisteva più nulla che io volessi fare, tranne mettermi completamente nelle mani di lei. Più di ogni altra cosa, volevo udire la sua voce, sapere che continuava a vivere, che non mi aveva dimenticato, di già. Poter mettere una monetina nella fessura, ogni giorno della mia vita, a partir da quel momento, poterla sentir dire ciao, questo, e nulla di più, era il massimo che osassi sperare. Se mi avesse promesso anche soltanto questo, e la promessa fosse stata mantenuta, quel che poteva accadere non avrebbe rivestito alcuna importanza”.

Miller sembrerebbe attingere al patrimonio dantesco, alla “Vita Nova”, nella cerimonia del saluto che in Miller è solo pensato e in Dante avvenuto, “e passando per una via, volse li occhi verso quella parte ov’io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutò e molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine”.

Si percepisce un omaggio, metabolizzato o voluto, all’opera dantesca esclusivamente nel consegnare l’anima alla donna amata che Miller, differentemente da Dante, usa per dare forma concreta ad una antica e arcana fibra del suo essere, a qualcosa di appartenuto fino a quel momento e che sempre aveva cercato e che solo ora ha accanto a sé sotto forma di carne, sangue e ossa. Riporto una parte del romanzo in cui Miller descrive cosa sente per Mona e che riguarda il concetto sopra descritto: “Qualcosa di incatenato, qualcosa che aveva lottato senza riuscirvi per affermarsi sin da quando ero bambino e dal quale il mio Io era stato portato nella strada a darsi un’occhiata in giro, si liberò in quel momento e partì a razzo verso l’azzurro”.

Mona è la sua esperienza mentale dell’infanzia e della giovinezza, plasmata a propria immagine e somiglianza, a quell’immagine e somiglianza antica, fatta di slanci ma anche di traumi che insieme si fondono e costituiscono l’antico immaginario che mai scompare ma che non ha una forma seppur costante; e di qui l’esigenza di appropriarsi di un nome, di un’immagine cara che certamente, in qualche modo, è connessa a lui e in un modo e in un altro è reale.

Pur rivolgendosi con una tale tensione e un tale candore anche ad altre figure femminili, nel caso specifico a Miriam Painter e Una Gifford che lui descrive come ideali della sua giovinezza, quello per Mona non è un amore intellettualizzato, ideale ma si genera negli aspetti contingenti della vita e l’esperienza del suo essere continua ad essere un fatto metafisico che si riproduce e si traduce ogni giorno in un dato tangibile che è la possibilità di amare Mona. E infatti così parla:

L’amo, con il cuore e con l’anima. E’ tutto per me. Eppure non somiglia affatto alle donne che sognavo, alle creature ideali che adoravo da ragazzo. Non corrisponde in nulla a quanto avevo concepito nel più profondo di me stesso. E’ un’immagine totalmente nuova, qualcosa di straniero, qualcosa che il fato ha portato in un turbine sul mio cammino da una sfera ignota”.

E’un suo atteggiamento che nasce da riflessioni concrete e che probabilmente lo avvicinano a Dante nella possibilità di concepire vividamente nella narrazione un amore spirituale. Questa somiglianza, questo vagheggiamento a dante non solo sembra percepirsi nell’estensione di se stesso all’amata, nel completo affidamento di se stesso nella vita dell’amata e dunque potremmo dire nell’assimilazione della sostanza dell’opera di Dante nella narrazione e non certo negli orientamenti stilistici ma è anche palesemente spiegato da lui stesso: ”Potersi concedere interamente e completamente è il più grande lusso che offra la vita. Il vero amore incomincia soltanto a questo punto di dissoluzione. La vita personale è completamente basata sulla dipendenza”. E ancora:” Ma se i due riescono a gettarsi incautamente l’uno nelle braccia dell’altro, senza nulla nascondere e tutto abbandonando, se ammettono l’uno con l’altro di essere interdipendenti, non godono forse di una grande e insospettata libertà?”

Miller dunque sembra inserire il concetto dantesco di amore assoluto nella sua narrazione duttile e formosa, nel suo gergo scorrevole e intimo, nella sua epoca. E’ un prestito o un omaggio che a mio avviso usa in maniera mirabile, sdrammatizzando la complessità della produzione dantesca.

IL SESSO

Da un angolo della stanza la valutai. Aveva l’aria di essere una di quelle femmine ipersessuate che, pur recitando la parte della martire, riescono in qualche modo a soddisfare le loro necessità” e poi L’afferrai per la mano e la tirai dentro, chiudendo la porta a chiave con la mano libera. “No, per piacere, non faccia questo”, mi supplicò con un’espressione atterrita. Soltanto un momento”, bisbigliai, sfiorandole con l’uccello il vestito. Applicai le labbra sulla sua rossa bocca. “ Per favore, per favore”, ella mi esortò, cercando di sottrarsi al mio abbraccio con dimenamenti. “ Vuole disonorarmi?”

Sapevo che dovevo lasciarla andare. Mi diedi da fare rapidamente e furiosamente. La lascerò andare”, dissi. “Soltanto un altro bacio.” Ciò detto , la spinsi di nuovo contro la porta e, senza neppure darmi la pena di alzarle la gonna, la martellai più e più volte, eiaculando una dose abbondante dappertutto sul davanti del vestito nero”

Per Miller il sesso è voce, arto, afferma e consola dunque, è un’esperienza umana nello specifico, al pari della scrittura; è espressione al di la del sesso e di ciò che rappresenta: egli percepisce le necessità dell’umanità e dopo averle intuite, agisce. Miller è una creatura primordiale in un’accezione speculativa; il suo è un tentativo di riprodurre nella sessualità l’aspetto ancestrale attraverso una lettura del desiderio altrui come prima operazione e una comunicazione sessuale raffinata e complessa poi: “Sapevo che dovevo lasciarla andare. Mi diedi da fare rapidamente e furiosamente”. In queste due affermazione è evidente il verbo, la sintesi che porta la sostanza del suo agire. Nella prima l’indagine interiore della donna, della sua reale necessità che si cela dietro la negazione e nella seconda la comunicazione di questa necessità. Due affermazioni apparentemente paradossali ma che dimostrano esattamente il mio concetto. Se volessimo spiegare, riassumendo il suo tipo di approccio, potremmo affermare che Miller interagisce umanamente e non sessualmente nella sfera sessuale accogliendo il vissuto interiore e plasmandolo in atto carnale; è una liturgia.

Ci sono altre figure femminili con cui interagisce e a cui non risponde con il sesso, omettendolo dalla vicenda che è comunque pregna di carica erotica. Melanie, inesplicabilmente bella come una statua in sfacelo”, è la domestica di Henry e Maude, vecchia e sfatta eppure un idolo sessuale che peregrina nelle fantasie di Miler senza mai avere un rapporto sessuale con lui: non c è bisogno di possederla in quanto lei è già completa e pregna di se stessa.

E ancora, a proposito di un’altra donna “Una donna stupendamente bella si trovava sulla soglia”, si tratta di Sylvia, una donna incontrata a casa di un uomo conosciuto per strada e con cui Henry stringe un amicizia fuggevole. Anche in questo caso non avverrà nessun rapporto sessuale: la situazione erotica è di per se sesso, sublimato in un dialogo consumato in uno spazio che somiglia a un’architettura concepita per un banchetto sacrificale in onore della coscienza; un dialogo o una confessione che pare perpetuo se non spirituale ed erotico e diviene dunque atto sessuale.

In queste figure femminili, dense di una carica sessuale, l’atto puramente sessuale è debole perché sono indipendenti e non cercano un riscatto attraverso il sesso.

LA SCRITTURA

Il più bell’aspetto dello scrivere non consiste nella fatica materiale di accostare parola a parola, di porre mattone su mattone, ma nei preliminari, nel lavoro preparatorio, che si svolge in silenzio, in ogni circostanza, tanto nel sogno quanto nello stato di veglia. In breve, nel periodo di gestazione. Nessuno scrive mai quel che intendeva dire: la creazione originaria, che ha luogo continuamente, si scriva o non si scriva, appartiene al flusso primario: non ha dimensioni né forma né contiene l’elemento tempo. In questo stadio preliminare, che è creazione e non nascita, quanto scompare non viene affatto distrutto; qualcosa che già esisteva, qualcosa di imperituro, come la memoria, o la materia, o Dio, viene evocato, e in esso ci si scaglia, come si scaglia un ramoscello in un torrente. Parole, frasi, idee, non importa quanto sottili o ingegnose, i voli più folli della poesia, i sogni più profondi, le visioni più allucinanti, non sono altro che rozzi geroglifici cesellati nella sofferenza e nel dolore per commemorare un evento non comunicabile”

Riportare la fluidità, l’idioma destrutturato della memoria nelle parole, un flusso pensato, puro, che appena diventa coscienza perde la sua veridicità e non può più essere comunicato; è questo il tentativo di Miller e non soltanto nella scrittura ma come già ho accennato nella vita tutta; nell’amore, nella vita. Qualcosa si è perso, qualcosa si perde oppure tutto e il suo affanno forse non realizzabile è di riportarlo alla luce. La sua vita di uomo è un tragitto verso un elemento spirituale e organico insieme che ci ha accolto per un momento breve e a cui dobbiamo dare un battesimo, a cui dobbiamo mettere un amo sotto un cielo rassicurante e totale: la nostra sostanza come una forma potrebbe lievemente rivivere. Sono speculazioni o tentativi reali che applica davvero nella sua narrazione? Probabilmente è vero, riconoscendo nel suo andamento una musicalità intima che si dispiega nella memoria al confine con una inevitabile visione filtrata, raziocinante; come una messa in scena pensata e concepita che si sgretola, che si rarefa. Probabilmente, come lui stesso afferma

Il solo vantaggio, mi dissi, che lo scrivere avrebbe potuto offrirmi, sarebbe consistito nell’eliminare le differenze che mi separavano dal mio simile. Senz’altro non volevo diventare l’artista, nel senso di divenire qualcosa di estraneo, qualcosa di separato e di escluso dalla corrente della vita”. Più attuabile e più concreto come pensiero da mettere in pratica rispetto al precedente ma strettamente connesso perché si raccoglie attraverso una immaginazione, un indagare non soltanto se stessi che. come risultato avrebbe un’opera autoreferenziale e piccola, ma indugiando nel proprio essere anche in funzione degli altri, del mondo perché senza gli altri non esiste esperienza.

L’AMICIZIA

Gli amici sono sopratutto utili nei momenti di sconfitta…questa, almeno, è l’esperienza che ho fatto io. Allora, o ti mancano completamente, o superano se stessi. La sofferenza è il grande legame… la sofferenza e la disgrazia. La possibilità che tu sia più grande di quanto sembri è sconvolgente, perché l’amicizia si basa sulla reciprocità”

L’immediatezza con cui sono state concepite queste due divagazioni rappresenta la scrittura di Miller pienamente, slanciata, coraggiosa: una voce “completamente posseduta dalla consapevolezza” prima di essere scrittura.

Queste digressioni filosofiche indugiano nella sua narrazione, incontrandosi serenamente con il racconto più duttile e arioso delle sue vicende quotidiane, dei suoi dialoghi e sempre, che si tratti di divagazioni o dialoghi, tutto è contenuto e arginato dal suo codice persuasivo e capace, forte e vigoroso. La questione che apre sui rapporti amicali è senz’altro la più lucida e franca e viene rievocata più volte nell’opera con una naturalezza che mostra un altro suo lato rilevante su cui indagare e che lo fanno uno dei più grandi scrittori del novecento: la capacità di anticipare e accettare gli andamenti distruttivi dell’altro con una grazia spietata che non è cinismo o disattenzione o frutto di una tendenza anticonformista come spesso potrebbe apparire.

Non è pessimismo o autoreferenza o una posa ma la capacità di leggere il dramma: i rapporti umani si nutrono della reciprocità, del danno individuale rassicurato attraverso il danno dell’altro : l’amore, seppur amicale, non prevede la felicità dell’altro perché così facendo annienterebbe se stesso. Miller porta il peso del mondo come una madre porterebbe il peso di un figlio disgraziato; osserva, traduce e infine tramanda. Ascolta gli insulti dei suoi amici più vicini appoggiando curiosamente la testa sul sedile della macchina.

Miller ha fondato una letteratura religiosa dell’umanità: l’uomo diviene l’oggetto della sua venerazione, descrivendone atteggiamenti, sentimenti, identificandone la sostanza e l’identità, tracciandone il destino attraverso il riconoscimento delle sue necessità, perdonandolo. Ha una fiducia nel disegno umano che egli usa come giaciglio o pianto e che poi canta nella sua narrazione. E’ un cantore delle cime più alte e più basse dell’umanità. Non che altri scrittori non lo abbiano fatto ma in lui c’è un’accettazione sorprendente che sublima la dolcezza e che porta a un potere. congeniale alla vita. Miller è un fedele e i lettori, che egli identifica come persone il più lontano possibile da intenditori

Non importa quanto quest’ultimo possa mancare di qualità; una cosa sola conta, che egli creda implicitamente”, sono i discepoli. Miller, a differenza di tanta altra letteratura sorprendentemente bella e alta, porta un uomo.

LA BELLEZZA

La visione che Miller ha della bellezza è spirituale; rileva da una caratteristica, che sia un difetto o una qualità (sempre che davvero ci sia una distinzione) le possibilità erotiche e intellettuali di una creatura.

A quante centinaia di donne avevo dato la caccia, seguendole come un cane smarrito, allo scopo di studiare qualche tratto misterioso”. Questa devozione alla vita, alla comprensione al di là del dato oggettivo e rassicurante e dunque slacciato dal tempo, dai costumi, dalla pigrizia è sempre evidente e non fa altro che confermare che in tutte le angolazioni possibili di osservazione, che siano donne, amici, disgrazie, la sua connessione alla vita; quella vita che è tutto tranne dato scientifico e lo allontana, semmai l’avesse mai conosciuto, da un contributo ‘utile al progresso umano per antonomasia.

Questa attitudine toglierebbe la possibilità di vedere e poi osservare quel dato misterioso e arcano, quelle sfumature e quella ‘verità’ che fanno di una persona e in questo caso della bellezza, una creatura dotata di una propria carne, di un proprio odore e di una personale condizione all’interno di una società, dando una ulteriore conoscenza e lettura della dimensione umana e di tutte le ‘cose’ della vita dimenticate se non sconosciute alla razionalità; operazione, come ho già detto precedentemente, che avviene frequentemente nell’arte ma che in Miller è più evidente, forse più intima e meno filtrata da raffinatezze e intellettualismi e che anche lui stesso afferma a proposito della scrittura.

Ogni volta che la bellezza della femmina diviene irresistibile, la si può ricondurre a una singola qualità. Questa qualità, non di rado un difetto fisico, può assumere proporzioni talmente irreali che nella mente di chi la possiede la sua strabiliante bellezza è nulla”.

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